(poesie) compendio alla mostra CILE ’73 del 18-12-1973

Per anni insegui un disegno preciso. Tendi sempre più il colore e con sempre maggiore maestria, con sempre maggiore coscienza della tua consistenza.
La fedeltà a ciò in cui credi ti sorregge e ti guida. Pensi di regalare felicità agli altri cercando l’accordo perfetto tra un grigio e una luna.
Gli spazi ti chiamano e, per anni, cerchi di immaginarli, di vederli. L’idea fissa che ti consola mentre osservi la notte è scoprire la stella di ferro, di cherosene, di sangue, di carne, di intelligenza che naviga in quello spazio che intuisci. A volte la scorgi. E la terra non è più per te. Non ti basta più.
L’identificazione è pressoché immediata. L’UOMO cresce e tu sai di farne parte. Allora, il tuo diventa un diverso dolore. Lavori alla tela per conquistarti il tuo cosmo, per regalarlo agli altri.
I tuoi cieli fondi, le tue spiagge dove del vecchio uomo resta solo un oggetto dimenticato, le conquistate geometrie sono ora davanti a te, davanti agli altri. Già pensi alle misteriose contrade verso cui vorrai spingerti. Tutto aspetta il tuo nuovo viaggio. Più lungo. Più coraggioso. Più sicuro.
Sul tuo tavolo, sul tuo cavalletto, tutto è in attesa di te.

Ad un tratto ti accorgi che, per anni, senza accorgertene o magari convinto del contrario, hai perso di vista la terra. E la terra è tornata d’un tratto a riproporti i tuoi fratelli uccisi.

E sai, d’un tratto, che altra fatica avresti dovuto soffrire, un orizzonte privo di misteri chiudere intorno al tuo mondo.
Tutto ritorna ai valori elementari.
Niente altro ha senso se non il gesto veloce e combattivo della tua mano, il rapido fissare le immagini fulminee (esse, sì concrete) dei corpi dopo la fucileria, l’urlo che resta e deve restare a dar senso a quelo che farai domani, qualunque cosa farai.
Nuovamente assapori fino in fondo i tuoi valori umani. Usi le uniche armi che hai e con esse imponi l’urlo che si vorrebbe far dimenticare, riproponi il sangue che si vorrebbe coprire, i bimbi terrorizzati come tu fosti che si vorrebbe tacessero, i bimbi morti che sono gli stessi che vedesti e che si vorrebbero rivestiti a nuovo per la giostra della domenica e i poeti che si vorrebbe scrivessero solo di magnolie e pappagalli disillusi e impotenti.
No.
Non puoi allontanare la parte che ti tocca. Sai perfettamente che, proprio perché sei artista, devi abbandonarti alla tua ira. I generali muoiono nel momento in cui uccidono: in fondo, essi si scavano la squallida fossa ad ogni sguardo spento, ad ogni cuore dilaniato, mentre la Libertà cresce.
Ma tocca anche a te ricordarlo.
Quale spazio, dunque, se non quel breve spazio di terra che beve e scolora il sangue dei compagni?
Quale suono se non quell’urlo, che ha secoli, dei tuoi compagni in armi, vicini a te , stretti a te, duri come macigni, duri a morire? L’urlo di cui ascolti le modulazioni durante le insonnie?

Le stelle di ferro, di cherosene, di sangue, di intelligenza percorrono lente gli spazi che la vita e la morte coprono in un attimo.

Forse, ritornerai, prima o poi, al tuo viaggio più lungo, più coraggioso, più sicuro.
Ma, per ora, hai solo gesti. Non potresti fare altro, anche a volerlo.


dal Diario settembre 1973

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